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Slax6

SLAXDa qualche settimana è stata rilasciata la sesta versione stabile di Slax, una distribuzione Linux creata espressamente per essere installata su chiavette USB per un’estrema mobilità. Come dice il motto: il tuo sistema operativo tascabile. Finalmente ieri sera ho trovato il tempo per aggiornare la versione 6.0 RC6 che avevo installato sulla mia pendrive MyFlash da 512MB con la recente versione 6.0.2 e devo dire che il tutto risulta molto più stabile pur non essendo esente da qualche glitch e bug qua e là, comunque complimenti a Tomáš per questa release.

L’utilità di Slax è indubbia: con una pendrive di piccole dimensioni (anche da 256 MB dal momento che la distribuzione di base occupa solamente 190 MB) si ha a disposizione un sistema operativo relativamente completo e intuitivo, anche grazie ai software già presenti nella suite KDE di cui attualmente è inclusa la versione 3.5.9, ma che può essere esteso facilmente attraverso il caricamento di moduli lzm aggiuntivi anche nel corso dell’esecuzione stessa del sistema. Ovviamente possono esservi delle esigenze particolari che Slax di base non può soddisfare e per le quali occorre mettere mano al sistema, del resto i compromessi sono necessari quandi si gioca al ribasso con le dimensioni del sistema.

Per uno come me, a cui spesso capita di incappare in contenuti scritti in giapponese, la rimozione dei font asiatici nella versione stabile di Slax può rappresentare un problema anche se di banale risoluzione: nel mio caso è bastato scaricarli e aggiungerli in un modulo lzm che li caricasse nella directory dei font TTF all’avvio del sistema. La creazione di un semplice modulo partendo da una directory con i file già disposti in una struttura uguale a quella del sistema è piuttosto banale grazie all’utility da riga di comando dir2lzm o alla relativa voce presente nel menù contestuale di KDE. Un altro problema nell’ottica della visualizzazione dei caratteri di lingue orientali o più in generale non latini è rappresentato dal modulo italian.lzm, scaricabile a parte dal sito, che offre la localizzazione del sistema in italiano configurandolo tuttavia con il charset ISO-8859-1 quando in realtà UTF-8 sarebbe decisamente più adeguato in situazioni simili. In questo caso è stato necessario creare il locale it_IT.UTF-8 utilizzando localedef per poi rifare il modulo italian.lzm (estraendone i contenuti con lzm2dir) affinché ne includesse il risultato, infine ho dovuto modificare lo script /etc/profile.d/lang.sh affinché esportasse direttamente le variabili LANG e LC_ALL valorizzate con it_IT.UTF-8 anche se devo ancora verificare se c’è un modo migliore senza toccare questo script. Il resto è semplicemente questione di impostare correttamente l’encoding di applicazioni KDE come Konsole ma anche di quelle eseguite nel terminale come ELinks o weechat (entrambi supportano Unicode, basta configurarli correttamente), memorizzandone poi i relativi file di configurazione in un modulo a parte. Nonostante sia possibile eseguire Slax con l’opzione di boot changes che, grazie ad aufs, permette di memorizzare in una directory o in un file tutte le modifiche effettuate durante una sessione live del sistema, personalmente per tutte le configurazioni di KDE o delle applicazioni che per me sono particolarmente ricorrenti preferisco usare modulo lzm dedicato, permettendomi di portare più facilmente le stesse su più chiavette o di averne un backup più comodo (anche se a ogni modifica da tenere sono costretto a rifare il modulo stesso, operazione veloce ma comunque più scomoda anche se ormai non troppo frequente).

Attualmente sul sito non ci sono molti moduli ma sul forum è possibile trovare qualcosa in più realizzato dagli utenti, fortunatamente però la loro creazione in totale autonomia spesso non è un’operazione troppo complessa soprattutto se si parte da un pacchetto tgz per Slackware 12, distribuzione su cui è basata Slax6. In questo caso gli ingredienti necessari sono rappresentati dal pacchetto tgz da convertire in lzm, l’utility tgz2lzm inclusa di default in Slax e un po’ di attenzione per le eventuali dipendenze necessarie all’esecuzione dei programmi. Per esempio la creazione del modulo lzm per Opera 9.26 partendo dal tgz per Slackware 12 è molto semplice: da terminale, il comando tgz2lzm opera-9.26-i486-1kjz.tgz opera-9.26-i486-1kjz.lzm si occuperà di generare il vostro modulo pronto per l’installazione live o per essere memorizzato sulla vostra chiavetta USB nelle directory modules (per i moduli da caricare automaticamente all’avvio del sistema) o optional (dove memorizzare tutti gli altri moduli che possono tornare utili, più che altro una convenzione in questo caso). Nel caso di altri programmi che richiedono determinate dipendenze occorre verificare e scegliere come agire, per esempio ELinks vuole la libreria libjs.so che è disponibile tramite SpiderMonkey per cui le possibili soluzioni sono due:

  • creazione di due moduli, uno per ELinks e uno per SpiderMonkey, da caricare separatamente.
  • creazione di un modulo custom per ELinks che contenga direttamente libjs.so.

Di norma preferisco tenere in un modulo separato le dipendenze che possono essere ricorrenti o richieste da altri software e unire nello stesso modulo quelle più rare, ma diventa anche una questione di preferenze. Con altre utility c’è la possibilità di creare moduli lzm partendo anche da pacchetti deb o rpm, ma non è certo la soluzione migliore dal momento che le differenze dettate dalla natura dei pacchetti di origine e dei sistemi target degli stessi potrebbe introdurre qualche noia di troppo.

Tutto sommato Slax6 sta mantenendo le aspettative delle precedenti RC pur necessitando ancora di lavoro. Sicuramente il fatto di essere un sistema basato su KDE la rende una distribuzione live che necessita di scendere a qualche compromesso per un’esecuzione ottimale quindi non è particolarmente consigliabile l’esecuzione su computer vecchi e/o con poca RAM (credo che un minimo veramente accettabile sia 128 MB), inoltre il sistema a moduli può essere comodo e facile da utilizzare ma al tempo stesso difficoltoso da mantenere per le varie dipendenze, non esistendo un sistema stile Apt o Yum che le gestisca. Tutto sommato però trovo che per il suo scopo principale, ovvero l’esecuzione live da pendrive USB di un sistema piuttosto completo, Slax abbia una marcia in più rispetto ad altre soluzioni.

Inchiodare e recuperare La Fonera 2200 in tempi da record

Mercoledì mi è arrivato un access point La Fonera 2200 (ovvero l’ultimo modello attualmente disponibile) dopo averlo recuperato da una persona che ne aveva uno di troppo e non sapeva che farsene. Inutile dire che non sapevo cosa farne delle funzionalità offerte dal firmware originale Fon per cui ho provveduto a sostituirlo subito con DD-WRT. Non intendo soffermarmi su metodi e opzioni per flashare la vostra Fonera con firmware alternativi perché per internet potete trovare tanta documentazione da avere solo l’imbarazzo della scelta (per andare a colpo sicuro vi rimando a un articolo piuttosto recente di WiFi-ita inerente proprio DD-WRT), piuttosto vi racconto cosa mi è successo che può essere una casistica un po’ più interessante.

Partirò dalla morale della storia: se avete il modello 2200 con installata una delle ultime release di DD-WRT (v24 RC6 nel mio caso), prima di effettuare le operazioni di abilitazione e pulizia della partizione JFFS pensateci due volte perché parrebbero esserci problemi, una circostanza che posso confermarvi personalmente dal momento che si tratta dell’operazione che mi ha "consentito" di inchiodare La Fonera nel giro di 2 ore dal primo boot. Ciò che rende particolarmente noiosa questa condizione è che il vostro access point risulterà totalmente irraggiungibile via rete (non emette nemmeno pacchetti ARP verso la rete, per intenderci), per cui il ripristino è fattibile solamente attraverso il collegamento seriale per avere accesso diretto a RedBoot e quindi alle fasi iniziali di avvio del device. Vi è una quantità altrettanto nutrita di documentazione per poter accedere alla vostra Fonera via seriale, anche in questo caso vi indirizzo a un articolo completo e in italiano.

Riassumendo: mercoledì sera ho ricevuto La Fonera ma è stata inesorabilmente brickata dopo solamente 2 ore, giovedì ho studiato il problema con mio padre dal momento che è lui l’elettronico di famiglia (io non ci capisco molto e ogni tanto me ne pento), venerdì sono stati recuperati i pezzi necessari per la realizzazione dell’adattatore seriale (sono tutti componenti facilmente reperibili e il materiale necessario non dovrebbe costare più di 10€) e sempre in giornata è stata realizzata e infine sabato mattina è avvenuto il ripristino di quello che era diventato semplicemente un bel mattoncino bianco e grigio.

Una volta collegato il computer all’access point tramite l’interfaccia custom fresca di realizzazione e poi avviato ho capito subito il motivo per cui risultava del tutto irraggiungibile via rete anche nelle prime fasi di avvio di RedBoot: all’accensione, un avvertimento comunicava un errore di checksum dell’immagine sulla flash e subito dopo partiva alla ricerca di un server BOOTP che, dopo qualche secondo, falliva con il messaggio Can’t get BOOTP info for device interrompendo del tutto l’avvio di RedBoot a meno di non interagire in questa fase con la pressione di un tasto. In questo caso ricaricare l’immagine del firmware originale, come inizialmente ho tentato di fare, non serve a nulla perché in realtà bisogna inizializzare nuovamente la configurazione della flash attraverso il comando fconfig -i impostando i parametri che vi verranno richiesti. Riporto come esempio la mia configurazione:

  1. Run script at boot: true     (deve essere true, altrimenti RedBoot non avvierà boot script)
  2. Boot script:
  3. Boot script timeout (1000ms resolution): 10     (ritardo prima dell’esecuzione di boot script)
  4. Use BOOTP for network configuration: false    (impostiamo parametri statici per la rete, no BOOTP!)
  5. Gateway IP address: 192.168.1.100
  6. Local IP address: 192.168.1.206
  7. Local IP address mask: 255.255.255.0
  8. Default server IP address: 192.168.1.166
  9. Console baud rate: 9600         (velocità per collegamento seriale, lasciate questo valore)
  10. GDB connection port: 9000      (porta TCP per l’accesso telnet a RedBoot, lasciate questo valore)
  11. Force console for special debug messages: false
  12. Network debug at boot time: false

Il parametro boot script può essere lasciato vuoto perché a noi interessa semplicemente che si avvii normalmente RedBoot in modo da poter procedere con il flash di DD-WRT via ethernet tramite Ap51 (in questa fase il parametro verrà impostato automaticamente), opzionalmente potreste provare prima a lanciare manualmente il comando fis load -l vmlinux.bin.l7 seguito da exec per vedere se l’installazione di DD-WRT è ancora viva, io ho preferito ripartire da zero. Una volta salvate le impostazioni e riavviata La Fonera tramite il comando reset per verificare il normale funzionamento dell’avvio di RedBoot, potete spegnere e collegare access point e computer con il cavo ethernet e procedere alle normali operazioni di flashing tramite Ap51. Ecco un piccolo report fotografico dell’evento, tanto per documentare il tutto:

Il tavolo di lavoro allestito Inquadratura de La Fonera con l'interfaccia seriale collegata La nostra Prova iniziale per ripristinare il firmware originale: non serve a niente Configurazione di RedBoot sistemata, stiamo flashando DD-WRT con Ap51  ... ed ecco nuovamente il nostro AP funzionante, con DD-WRT

Ne approfitto per ringraziare mio padre (tanto so che mi legge) per la realizzazione della parte di interfacciamento seriale, costruita tra l’altro pensando alla compatibilità con l’NSLU2 il cui collegamento seriale, rispetto a La Fonera 2200, ha semplicemente TX e RX invertiti, ecco spiegati i due jumper visibili sulla schedina nella seconda foto.

Musica per le mie orecchie: AKG K701

AKG K701

A me piace la musica: ascolto di tutto o quasi, ma l’importante è che mi piace ascoltare bene e possibilmente in cuffia. Di sicuro non posso considerarmi un audiofilo, però penso di capirci qualcosa e di avere un orecchio un po’ viziato per la qualità e decentemente allenato per i dettagli. Nonostante non mi mancassero delle buone cuffie, da qualche mese ne avevo adocchiato un paio che mi sarebbe piaciuto possedere e cioè le K701, il modello di punta di AKG. La preferenza per AKG è quasi una tradizione dal momento che ho usato per alcuni anni un paio di K240 Studio (il modello di 20+ anni fa, non quello attuale che sembrerebbe suonare leggermente peggio) e nell’ultimo anno e mezzo un paio di K271 Studio, ma al tempo stesso si tratta di una scelta precisa visto che di solito le sue cuffie sono abbastanza bilanciate nella resa delle varie frequenze. Finalmente da qualche settimana il desiderio si è trasformato in possesso e dopo circa un centinaio di ore di ascolto posso confermarlo: queste K701 sono delle cuffie fenomenali, pressoché perfette.

Forse è bene partire dal presupposto che non si tratta di cuffie per tutti i gusti, probabilmente non sono adatte agli amanti del "basso potente" proprio per il fatto di essere delle reference molto equilibrate. Questo però non significa che i bassi siano assenti, al contrario sono ben presenti ma la differenza è che con queste cuffie riescono a risultare caldi e naturali ma soprattutto dannatamente precisi, non andando però a sovrastare la presenza delle altre frequenze. Personalmente sono sempre stato convinto che equalizzare all’esasperazione le basse frequenze o avere un impianto/cuffie sbilanciati molto verso di esse non voglia assolutamente dire asoltare musica, ma solo ed esclusivamente sentire casino. sono cuffie che hanno bisogno di un po’ di pazienza per un burst-in iniziale se nuove (personalmente ci credevo poco ma sembrano essersi realmente slegate nel giro di una cinquantina di ore) e un po’ di ore di ascolto per comprenderne pienamente le peculiarità sonore. Potremmo paragonare questa esperienza a quella che si prova quando ci si trova di fronte a un album musicale che magari non impressiona all’inizio ma che si riesce ad apprezzare sempre di più con il passare degli ascolti, fino a diventare uno dei vostri preferiti (a suo tempo mi è capitato con il concept album Metropolis pt.II – Scenes from a Memory dei Dream Theater, per fare un esempio).

AKG K701 con base d'appoggioUna delle caratteristiche principali è sicuramente l’ampia presenza scenica del suono che riescono a trasmettere, un po’ per merito del tipo di cuffia che è a padiglione aperto ma anche per merito di un’ottima resa, precisa e limpida, delle medie e alte frequenze. Trattandosi di cuffie a padiglione aperto hanno il piccolo difetto, sempre che possa essere considerato tale, di non offrire un isolamento ottimale dai rumori d’ambiente esterni. Inoltre, non costringendo il suono all’interno del padiglione, chi vi sta di fianco può sentire senza problemi ciò che state ascoltando, anche se a basso volume. Tuttavia non c’è storia, il suono migliore e più vivo esce da questo tipo di cuffie e tornando indietro alle K271, che sono comunque delle cuffie estremamente buone ma a padiglione chiuso, le sonorità risultano palesemente ovattate e costrette se confontate direttamente con quelle delle K701 sugli stessi brani. Trattandosi comunque di cuffie di un certo livello e con una impedenza particolarmente elevata, occorre avere a disposizione un’uscita cuffia adeguatamente amplificata per cui un banale lettore portatile (che sia iPod o simili piuttosto che lettori cd walkman) di sicuro non riuscirà mai a pilotarle adeguatamente, in questo caso diventa indispensabile un amplificatore cuffie separato nel caso vogliate usarle per ascoltare i vostri brani in comodità in casa.

Sotto il profilo costruttivo, abbandonando quindi le doti puramente sonore, le K701 sono assemblate  indubbiamente molto bene e con buoni materiali. I pad, oltre ad essere sagomati con spessore variabile per permettere ai padiglioni di orientarsi con maggior efficacia, sono piuttosto morbidi e in velluto, una manna se indossate per tanto tempo le cuffie visto che i pad in pelle dopo un po’ fanno sudare e diventano particolarmente fastidiosi d’estate. Il materiale plastico di assemblaggio sembra essere buono sia alla vista che al tatto. In generale sono cuffie leggere e piuttosto comode, anche se personalmente alla lunga trovo un filo fastidiosa l’imbottitura a cuscinetti sottostante alla fascia poggiatesta, un po’ troppo dura probabilmente. Forse è solo una questione di gioventù della cuffia e probabilmente con il passare del tempo gli stessi cuscinetti si ammorbidiranno. Colpisce anche il look, magari un po’ troppo palesemente iPod-ish ma sicuramente sono riusciti a fondere perfettamente il classico stile AKG con uno più stiloso ma elegante, senza esagerazioni.

Tirando le somme queste cuffie sono molto equilibrate, con un livello di dettaglio generale impressionante e con un suono vivo e naturale: riascoltando brani vari (da musica classica a progressive metal) in alcuni casi sono riuscito a cogliere particolari e sfumature che fino ad oggi mi erano sfuggiti. Tutto questo, unito al fatto di essere altrettanto ottime dal punto di vista costruttivo e a essere vendute in una confezione semplice ma di stile che racchiude anche una base d’appoggio apposita per non lasciarle in giro allo stato brado, le rende delle cuffie che rasentano la perfezione nella loro categoria e un ottimo acquisto. Il prezzo oscilla tra i 320€ e i 350€, non sono certamente spiccioli ma la loro qualità è direttamente proporzionale al loro prezzo, per cui sarete ampiamente ripagati dalle loro prestazioni se sapete apprezzare un certo tipo di ascolto.

Microsoft vs. Adobe: questioni di tecnologia o di simpatia?

Credo sia piuttosto evidente come di fatto il mercato delle applicazioni RIA sia attualmente un monopolio pressoché esclusivo di Adobe, tuttavia sono abbastanza convinto che la discesa in campo prepotente (tecnologicamente parlando) di Microsoft con Silverlight in questo settore sia destinata a far cambiare un po’ l’attuale assetto di questo mercato. Non mi sto immaginando clamorosi ribaltamenti di fronte o sconvolgimenti incredibili, soprattutto non nell’immediato (mi ritengo realista e molto pratico), però è innegabile che nel fianco di Adobe si sia conficcata una fastidiosissima spina che tra l’altro ha già cominciato a creare un pò di prurito. Da parte di Adobe stessa arriva la mossa strategica, pochissimi giorni prima del MIX07 di Microsoft, di rendere FLEX open source e il fatto che si tratti più che altro di strategia è a parer mio piuttosto evidente poiché, pur trattandosi di un evento indubbiamente molto interessante (ben venga!), nella realtà il cuore della tecnologia e nello specifico il runtime Flash continuerà, almeno per ora, a rimanere chiuso e ben protetto. Ci sono tuttavia altri indizi che dimostrano un certo fastidio nel mondo Flash, questa volta da parte di un FLEX Evangelist che lavora per Adobe e che ha deciso di scrivere la sua sul confronto che si prospetta tra Flash e Silverlight. Riporto qualche stralcio giusto per commentare…

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Tutti pazzi per iPhone… forse…

Tutti che ne scrivono/bloggano/parlano e voi vi starete dicendo “ci sei cascato pure te, eccoti a parlarne“. Sì, ma per un altro motivo: sono perplesso. Non tanto dall’apparecchio in sè, che comunque mi lascia piuttosto indifferente per una serie di motivi, quanto dall’unilateralità di giudizio di buona parte della base di utenti convinti Apple che sembra prescindere da qualsiasi ragionamento di natura logica e razionale. Ho preso spunto dalla ormai stra-segnalata somiglianza tra Apple iPhone e LG KE850 e soprattutto dalle reazioni che questa comparazione ha generato per chiedermi come mai quando gli altri copiano Apple (anche quando non è vero) allora si parla di squallide imitazioni prive di ritegno mentre quando è Apple a copiare gli altri allora no, scusate signori ma Apple innova, voi non potete capire. Addirittura c’è chi si è lanciato con affermazioni del tipo “sì ma del cellulare di LG ancora non si conoscono le specifiche, l’iPhone è rivoluzionario perché è il primo cellulare della sua generazione e non un concept che ha vinto un qualche tipo di premio per il design“. Detto questo, detto tutto. Poi per carità bello a vedersi l’iPhone, oserei dire bello quanto il modello LG visto che sono pressoché uguali, ma è un PDA che fa da telefono come già cee ne sono in giro. Poi certo ha il touch-screen con sensori di tutti i tipi, probabilmente nella rev.b avrà anche i sensori di parcheggio, ha dai 4 agli 8 gb di spazio da riempire con musica e filmati… e poi? Ha una batteria NON sostituibile: dovrei mandare il telefono in riparazione perché la batteria non tiene più la carica? Non si è parlato di GPS: altri PDA lo offrono già integrato. La piattaforma è stata dichiarata chiusa come per iPod: presumo quindi sia da intendere che solo i partner commerciali di Apple potranno sviluppare e quindi vendere le proprie applicazioni tramite iTunes. A questo punto comincia anche a sorgermi il dubbio che si possa considerare effettivamente un PDA e non uno Smartphone visto che non si sa cosa ci sarà oltre alle applicazioni per le foto, rubrica, fonia e browsing web. Nonostante ciò qualcuno lo ha definito fin da subito “il cellulare che cambierà radicalmente il mercato della telefonia cellulare“… ma siamo sicuri? Con prezzi annunciati che, ricordiamolo, sono già elevati pur essendo legati a un contratto obbligatorio e in esclusiva per due anni con un provider di telefonia? Non abbiamo idea di quanto potrà costare una eventuale versione no-brand. Tutto questo in un mercato, quello della fonia mobile, in cui le nuove uscite si rincorrono e che chissà dove sarà arrivato tra un anno, basti pensare al Nokia N95 che in quanto a caratteristiche tecniche dichiarate sarà già ben oltre quelle dell’iPhone (schermo a parte) pur con un prezzo no-brand più o meno intorno alla stessa cifra. Insomma non so, questa hype smisurata mi sembra tutto fuorché giustificata e fortunatamente non sembro essere l’unico a pensarla così. Nel frattempo Cisco ha denunciato Apple per l’utilizzo del nome iPhone senza che prima venisse siglato l’accordo che le due parti stavano discutendo da ormai due anni…

PS: segnalo due articoli interessanti in merito scritti da SuzukiMaruti e Pseudotecnico.